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Il Padre Generale, p. Adolfo Nicolàs, ha partecipato - a Milano - al Convegno organizzato dalla Fondazione Culturale San Fedele insieme alla Provincia d’Italia della Compagnia di Gesù, sul tema: “Dell’Ami-cizia, Matteo Ricci: Oriente e
Occidente in dialogo”. Padre Nicolás ha svolto il tema: Matteo Ricci: l’amicizia come stile missionario. Il discorso, molto ampio e articolato, definisce Matteo Ricci una pietra miliare nel processo di inculturazione del Vangelo. “Matteo Ricci fu certamente il primo ponte culturale tra Oriente e Occidente, un’esperienza di annuncio e di incontro, che è giunta al cuore di questo paese e ne ha segnato la storia”. Viene poi descritta l’originalità e l’attualità di questa esperienza, sottolineando che il metodo del Ricci “fu recepito e fatto proprio anche da ambienti autorevoli della Chiesa. Suona ancora oggi straordinaria una raccomandazione di Propaganda Fide del 1659 ai suoi missionari. Quella che poi divenne l’attuale Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, fondata a Roma nel 1622, consiglia loro di non costringere, nell’evangelizzare, le persone a cambiare i propri costumi, nella misura in cui questi non si oppongono alla moralità e alla religione... Matteo Ricci in Cina, come del resto Roberto de Nobili (1577-1656) in India, svilupparono una metodologia di evangelizzazione che si è dimostrata capace di trasmettere il messaggio cristiano nel linguaggio di culture così lontane da quella europea”. Dopo aver spiegato il concetto di missione, il Padre Generale affronta più direttamente il tema dell’amicizia. Partendo dagli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio e dal famoso trattato dello stesso Ricci su questo argomento, P. Nicolás prosegue: “L’amicizia è dunque lo stile, la maniera di guardare e abitare il mondo, che modella, cambia, rinnova il mondo stesso. Matteo Ricci comprende che è al Confucianesimo più antico che deve fare riferimento, se vuole riuscire a comunicare il Vangelo in un contesto così lontano nello spazio e nello stile, quale quello del Paese di Mezzo. Divenendo innanzitutto amico, egli stesso cambia, cresce, diventa in maniera più consapevole servitore di quel Cristo, che è l’Amico di ogni uomo, l’Amico che si è incarnato nella vita di ogni uomo. Anche Matteo Ricci è stato modellato dall’incontro con i cinesi”. L’ultima parte del discorso è dedicato a l’inculturazione in via di compimento, per una teologia sino-cristiana; vi leggiamo tra l’altro: “Per quanto riguarda il modo di evangelizzare di Matteo Ricci, non ci rimangono testimonianze esplicite di una sua predicazione o di un suo insegnamento pubblico. La via che egli ha preferito è stata piuttosto quella dell’incontro, del colloquio amichevole, del rapporto personale con l’altro, cercando soprattutto di coglierlo attraverso la sua cultura, cioè il suo modo proprio di vedere il mondo. Su quest’ultimo punto, è interessante chiarire in che modo Ricci abbia aperto la strada (ma molto in questo senso deve essere ancora fatto!) alla rilettura del Vangelo in cinese. Non si è trattato semplicemente di tradurre un testo, ma di riesprimere il Vangelo attraverso le categorie simboliche di questa millenaria cultura”. E conclude: “Grazie a Matteo Ricci, si iniziò a intravedere l’era dei credenti cinesi: ossia cristiani che, leggendo il Vangelo con i ‘loro’ occhi e dentro la loro cultura, comunicano a noi quello che con i ‘nostri’ non potremmo intuire. La comprensione sempre più approfondita del messaggio evangelico è, certamente, un arricchimento per tutti, ma lo è anzitutto per lo stesso missionario, che viene a sua volta evangelizzato”. (N.B. il testo completo di questo discorso, in italiano, lo si può trovare sul sito: www.sjweb.info).
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